giovedì 5 marzo 2015

Altheo "Moda": Quell’ottimismo (giustificato dalle passerelle) per la moda italiana.


La grinta dei nuovi, il ritorno dei grandi a quello che sanno fare meglio: bilancio di una bella settimana di sfilate autunno /inverno 2015.





Non è elegante avere complessi di superiorità, ha detto una volta al Corriere della Sera Domenico Dolce, ma che l’Italia soffra di complessi di inferiorità è assurdo. Viene spontaneo ripensare alle sue parole facendo un bilancio delle sfilate milanesi autunno/inverno 2015 appena concluse, e non soltanto perché Dolce & Gabbana hanno presentato una collezione molto bella e forte, con Bianca Balti incinta e le modelle-mamme in passerella che tenevano in braccio i loro figli neonati.

Perché queste sfilate hanno dimostrato che l’Italia avrà anche tanti problemi, e più d’un ritardo verso Paesi più avanzati, ma sulla moda è complicata la posizione di chi pretenderebbe di impartirci lezioni. Abbiamo visto tante sfilate piene di creatività, tanti segnali importanti, e giovani emergenti trovare con sicurezza una loro dimensione. Da tempo non si vedeva tanta bellezza, e tanta sicurezza dei propri mezzi, tutte insieme sulle passerelle milanesi nella stessa stagione.Sono state le sfilate dei neo-direttori creativi: Alessandro Michele direttore di Gucci da poco più d’un mese ha mostrato un’idea di modernità che può piacere o meno ma si è già articolata con ammirevole precisione e sicurezza, il suo genderless non teme di confondere le categorie estetiche e i segni di riconoscimento della sintassi della moda (ha citato il semiologo francese Roland Barthes: «Il contemporaneo è l’intempestivo», una posizione fresca e coraggiosa). Lorenzo Serafini nuovo capo di Philosophy (doveroso sottolineare che il gruppo Aeffe dà fiducia ai giovani, spesso italiani: il talentuoso Puglisi, Jeremy Scott inventore di pop-art da indossare, per ultimo Serafini) ha presentato una collezione dedicata a un tema pericolosissimo per un esordiente che deve far vedere,  in questi tempi commercialmente complicati,  tutto e subito: l’innocenza. E lui che ha lavorato per anni da Cavalli e Dolce & Gabbana ha dato un’interpretazione di grande leggerezza e intelligenza del bianco virginale, del bon-ton leggero, per ragazze di classe senza paturnie. I giovani? Arthur Arbesser, viennese cosmopolita, un passato recente da Armani e un futuro radioso (è tra i finalisti del premio LVMH), ha dimostrato idee chiarissime e grande sicurezza nei suoi mezzi. E’ cresciuto, fortunello, tra le sale del Kunsthistorisches Museum respirando l’aria sottile della mitteleuropa colta e proiettata verso il futuro: una lode per le modalità di presentazione,  un pianoforte a coda, le modelle in ascolto, con tutti gli invitati, della musica di Schubert. Una lezione etica prima ancora che estetica: la moda passa, ma la bellezza è immortale.




Sono state le sfilate del ritorno di tanti marchi a quello che fanno meglio. Prada è tornato a mescolare le carte, a giocare con il dna dei vestiti in una collezione geneticamente modificata, gli anni ‘60 che diventano un’altra cosa, il baby-doll mutante e i cappottini rosa e turchese desiderabilissimi. Un mese dopo il suo riflessivo Black Album, Miuccia Prada ha fatto esplodere il colore facendo quello che da 25 anni le riesce meglio di tutti, darci un’indicazione sul futuro, e sulla moda che verrà.
Ennio Capasa da Costume National, uno che da ragazzo ha avuto come maestro Yohji Yamamoto, e a Tokyo viveva a casa della madre di quel grande, è tornato al minimale, al nero e al blu notte e al grigio scuro, allo slim fit che ha lanciato in passerella quando gli odierni estremisti dello strettino a tutti i costi (pur bravissimi, attenzione) facevano gli assistenti (Slimane) o altri mestieri (Browne). Capasa che trascende i generi non per fare una boutade ma perché la sua riflessione sui nostri tempi è quella lì: lui, che il rock’n’roll lo mastica in compagnia dei suoi amici, dal vintage dei Rolling Stones agli odierni Kings Of Leon, quando fa un «Back in Black» non cita semplicemente gli AC/DC ma interpreta una visione. I cappotti asimmetrici destrutturati, le giacche da motociclista, gli inserti metallici, i parka che andrebbero bene indossati sullo smoking. Consuelo Castiglioni ha ripreso il business di famiglia, la pelliccia, e l’ha scomposta in un prisma geometrico, proponendo stivali di pitone e cappotti da dive hitchcockiane. E ha fatto sfilare le modelle sul cemento dipinto di un rosso pompeiano che avrebbe commosso Rothko: un’altra dimostrazione di talento puro di una stilista dalla bravura sempre mutevole nella forma ma sempre fedele al suo gusto, se la moda fosse l’arte contemporanea, Castiglioni sarebbe Cindy Sherman. Donatella Versace ha riproposto il logo in una fase nella quale risulta quantomeno sorprendente: un ritorno al mood primi anni ‘90, alla grafica, all’idea di divertimento per la nostra stilista più rock’n’roll che, vedi il poeta seicentesco, ha come fine la meraviglia. Un altro ritorno alla radice di quel che si sa fare meglio, una conferma dell’indipendenza di DV. In meno di cinque anni, Massimiliano Giornetti da Salvatore Ferragamo è passato da giovane di talento (al debutto) a bellissima realtà della nostra moda (AI/13) fino a questa sfilata che l’ha consacrato al ruolo di giovane maestro: una collezione che degli anni Trenta non prende proporzioni o capi da ridisegnare ma di quell’era incarna lo spirito, la tradizione che si trasfigura nella volontà di rompere con il passato. Giorgio Armani, fresco ottantenne, ha festeggiato il 40esimo anniversario dell’azienda dimostrando che ha ancora voglia di esplorare: ha incrociato gonna e pantaloni, non separati, ma coordinati. Ecco un grembiule da sera. Sfumature di grigio, classiche. I cappotti lunghi, classicissimi. L’armonia. In una parola, Armani. Una lezione, non solo di moda. 




La stampa straniera di moda sostiene con vigoroso patriottismo i nuovi stilisti di casa propria? L’Italia ha messo in mostra a queste sfilate Massimo Giorgetti di MSGM (dal quale ti aspetti il caleidoscopio e invece ti presenta una bellissima monocromia, per far vedere di che versatile pasta creativa è fatto), il talento Fausto Puglisi, il sicurissimo Marco De Vincenzo, il sognatore Angelos Bratis, il purista Gabriele Colangelo... Uno stilista vero come Alessandro Dell’Acqua, che ha inventato quel N°21 che continua a far vedere tanta bellezza, tanta pulizia delle linee e del pensiero? Se fosse francese o inglese,  per non dire americano, metterebbe in cascina pagine su pagine su pagine delle riviste di moda di quei Paesi. Ma è italiano e da noi, circondati da tanta bellezza nella vita di tutti i giorni, sembra che la bravura di un creativo sia un fatto normale, non una festa da celebrare. E sono state le sfilate della vittoria anche di quelli che non hanno sfilato: un pomeriggio, tra una sfilata e l’altra, un drappello di influentissime giornaliste straniere ha visitato il negozio di Pupi Solari, che se fosse francese sarebbe nel Pantheon del made in France, ma è italiana e allora la sua grandezza, come quella di Elio Fiorucci, ci pare normale, per curiosare in quello che davvero rappresenta lo stile milanese più puro. Niente complessi di superiorità: ogni stagione fa ripartire tutti da zero. E’ il bello della moda. Ma i complessi di inferiorità, i mille dubbi, dopo una settimana così sarebbero davvero fuori luogo.